Le parole del dolore secondo Susan Sontag

Possibili rappresentazioni di una sofferenza

con Mario Calabresi ed Elena Loewenthal a partire da Davanti al dolore (Nottetempo) | letture d’introduzione di Giulia Muscatelli da Malattia come metafora (Nottetempo)
nell’ambito di Desiderare il mondo. Linguaggi, corpi, icone

Susan Sontag si chiede se il dolore degli altri rappresentato in immagini (dai cadaveri dei soldati della Guerra Civile americana fotografati da Alexander Gardner alla Morte di un miliziano repubblicano di Robert Capa, dai bambini vietnamiti bruciati dal napalm alle rovine di Ground Zero) destabilizzi quanto e come un dolore vissuto in prima persona. Cosa succede davanti alla rappresentazione del dolore degli altri? È possibile una “riproduzione” del dolore? Come si può fotografarlo o filmarlo senza sottrargli verità o produrre effetti di voyeurismo? I suoi ragionamenti sono raccolti nel saggio Davanti al dolore (Nottetempo), da cui parte la riflessione fra Mario Calabresi ed Elena Loewenthal su dimensione privata e dimensione pubblica della sofferenza.

E di fronte alla malattia come ci comportiamo se addirittura non riusciamo, molto spesso, neanche a nominarla? Nella comunicazione e nell’immaginazione la bardiamo infatti con un linguaggio figurato. Come se, usando le parole esatte, diventasse più tangibile e quindi più difficile da trattare. Solo togliendo potere a queste appropriazioni retoriche, afferma Susan Sontag in Malattia come metafora (Nottetempo) – che contiene anche il saggio L’Aids e le sue metafore -, possiamo conoscere più a fondo la realtà della malattia e affrontarla con la necessaria consapevolezza.

 

i libri

* Malattia come metafora e L’aids e le sue metafore (Nottetempo)
Un classico, ha scritto Italo Calvino, non ha mai finito di dire quel che ha da dire. Cosa ci dicono, oggi, questi due saggi di Susan Sontag, intensissimi e intrepidi come da sua cifra, pubblicati per la prima volta nel 1978 e nel 1989? Che la malattia, nonostante l’illusione di oggettività che l’Occidente “scientifico” tende a coltivare, non è percepita né concepita secondo le sue coordinate reali, ma è una costruzione culturale, profondamente connotata in senso metaforico. La malattia non parla di se stessa, perché la facciamo sempre parlare di altro, attraverso il linguaggio figurato con cui la bardiamo nella comunicazione e nell’immaginazione. E poiché “è quasi impossibile prendere residenza nel regno dei malati senza lasciarsi influenzare dalle sinistre metafore architettate per descriverne il paesaggio”, è in primo luogo ai malati che dobbiamo una resistenza e una liberazione dal cascame di queste metafore, particolarmente pericolose nel caso di malattie epocali, mitizzate (e mistificate) come “predatori malvagi e invincibili”: il cancro e le epidemie infettive (peste, tbc, sifilide, Aids, e altre che potremmo aggiungere a partire dal presente). “Nel tentativo di comprendere il male ‘radicale’ o ‘assoluto’, andiamo alla ricerca di metafore adeguate”, ma è solo togliendo potere a queste appropriazioni retoriche, afferma Sontag, che possiamo conoscere più a fondo la realtà della malattia e affrontarla con la necessaria consapevolezza.

* Davanti al dolore degli altri (Nottetempo)
Le sofferenze della guerra e l’orrore della morte si stampano nella mente attraverso immagini che lasciano un’impronta ostinata: dai cadaveri dei soldati della Guerra Civile Americana fotografati da Alexander Gardner alla celeberrima Morte di un miliziano repubblicano di Robert Capa, dalla bandiera usa a Iwo Jima ai bambini vietnamiti bruciati dal napalm, dalle foto dei lager nazisti nel gennaio del ’45 a quelle del campo di Omarska in Bosnia, per arrivare fino alle rovine di Ground Zero. Susan Sontag parla, a questo proposito, dello “shock” della rappresentazione fotografica, che ci mette in modo autoritario e immediato davanti al dolore degli altri. Esaminando la cavalcata di questo shock nel corso del tempo, l’autrice arriva a un nodo cruciale della nostra contemporaneità: malgrado la complessità e l’instabilità dei concetti di realtà/riproduzione, memoria/oblio pubblico, visibilità/invisibilità, il “valore etico” delle immagini di sofferenza che ci investono – a volte fino all’ipersaturazione – rimane intatto. E rimangono le domande che percorrono stringenti le pagine di questo libro: cosa succede davanti alla rappresentazione del dolore degli altri? È possibile una “riproduzione” del dolore? Come si può fotografarlo o filmarlo senza sottrargli verità o produrre effetti di voyeurismo? E, più alla radice, chi è l’altro, quell’emblema perturbante che ci interpella dalla sua riproduzione? Ecco perché questo libro, pubblicato nel 2003, è ancora ricco di spinta e incisività, oltre a restare un irriducibile atto d’accusa contro la violenza: “nessuno può pensare e al tempo stesso colpire un altro essere vivente”.